Dal 20 al 24 gennaio scorsi si è tenuto in Brasile l’incontro dei missionari italiani organizzato da Missio attraverso il CUM, il centro Unitario per la Formazione Missionaria della CEI, con sede a Verona. Tema dell’incontro: “esperançando em missão”, ovvero generare speranza in contesti di missione. Tra i relatori all’incontro che si è tenuto a Salvador Bahia anche la professoressa Lucia Vantini, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane, delegata per l’Ambito della Prossimità della Diocesi di Verona.
Prof.ssa Vantini, è stata invitata dal CUM a questo importante incontro missionario. Che significato ha avuto questo viaggio per lei?
Un mio ex studente, salutandomi prima della partenza, mi ha ricordato una frase di Maria Zambrano che spesso citavo durante le lezioni, che dice: “di certi viaggi si viene a sapere solo al ritorno”. Ed è proprio così: sto ancora elaborando l'intensità degli incontri e delle esperienze vissute in questi cinque giorni.
- E’stata chiamata a condividere alcune riflessioni sulla speranza. Come ha sviluppato questo tema?
Mi era stato chiesto di riflettere sul nostro essere pellegrinanti sempre affamati di speranza. Si tratta di ricercare quella forza trasformativa e liberante che viene dal vangelo, capace di far intravedere germogli di vita anche tra le rovine. Nel cristianesimo, la vita è la prima parola di Dio, un Dio che si fa anzitutto carne. È come se le parole non dovessero mai venire per prime. Come per un neonato, anche per Dio la vita acquista parole strada facendo, quando Gesù impara a parlare, a dialogare, a discutere, a mettere in giro parole di libertà. È significativo che in Genesi, accanto all'albero del bene e del male, ci fosse l'albero della vita, che ritroviamo poi nell'Apocalisse, come simbolo di questo percorso che dalla vita conduce alla parola. In questo senso, la speranza non è una parola ma la pratica di ascolto delle vite reali, in ciò che queste esprimono davvero.
- Come si lega, secondo lei, il tema del Giubileo all'esperienza missionaria in Brasile?
Nel nostro immaginario il Giubileo si lega soprattutto alla possibilità di rinascere grazie al perdono divino, ma accanto a questo importante significato ce ne sono altri, legati alla giustizia. Nella Bibbia, il Giubileo porta con sé pratiche concrete di giustizia sociale: la cancellazione dei debiti, la redistribuzione delle terre, la liberazione dalla schiavitù. Anche se questi principi non si sono mai pienamente realizzati nella storia, rimangono un appello vivo e attuale, specialmente in contesti come quello brasiliano. Non può esserci pace senza giustizia, né spiritualità senza attenzione a chi manca di tutto. L’esperienza missionaria è questa ricerca di pace, giustizia e attenzione.
- Durante il suo soggiorno a Savador Bahia ha visitato diverse realtà. Quale l’ha colpita particolarmente?
La Comunidade Trindade mi ha profondamente toccata. Qui ho incontrato il fondatore, padre Henrique ed Emma Chiolini, una volontaria di Bologna. Mi hanno spiegato come la loro missione sia nata dalla strada e non sulla strada. È una distinzione importante: tutto inizia quando la terra diventa un letto condiviso, non solo un luogo da cui “salvare” le persone perdute. Ho conosciuto Norma, una donna che ha trovato qui non solo rifugio dalla violenza, ma anche la possibilità di ricostruirsi una vita.
- Come si manifesta concretamente la speranza in questi contesti?
La speranza si impara ascoltando vite diverse dalle nostre. Si tratta di acquisire consapevolezza di dove siamo – dove abbiamo i piedi, il cuore e la mente, come canta un ritornello che risuonava spesso – ma anche di misurare con onestà gli effetti del nostro modo di vivere. Ho visto questa speranza in azione anche alla Fraternità Francescana di Betania, che mantiene legami con Verona. Qui a Salvador, la Fraternità è impegnata in un importante progetto sociale sull'educazione a supporto dei giovani nelle favelas, e gestisce una scuola per l’infanzia che accoglie circa 120 bambini, preoccupandosi anche del disagio sociale delle loro famiglie. Tutte pratiche di speranza: ci sono semi gettati anche nella terra che ci appare più buia e arida, luci anche nella notte più fonda.
- Quale messaggio porta a casa da questa esperienza?
C’è un dramma legato al territorio, ma emerge anche qualcosa di trasversale: l'urgenza di un nuovo umanesimo, da declinare insieme nelle nostre differenze, per liberare e far fiorire le vite. Il vento di questo nuovo umanesimo respirato qui mi fa pensare a una tessitura piena di colori ma con un disegno di speranza. È una tessitura che prevede nodi essenziali: la prossimità e la condivisione che la logica del consumo ci impedisce di vivere; il rispetto dell'universo in tutte le sue forme di vita sulla terra; il riconoscimento della bellezza che viene dall'essere comunità di donne e uomini che camminano insieme; e la ricerca di parole che non siano complici di poteri e violenze che da troppo tempo sacrificano alcune vite nel nome di altre che sembrano contare di più. Sono questi i nodi precisi che permetteranno la tessitura di comunità diverse e finalmente ospitali. I nodi sono importanti, come dice un proverbio brasiliano che ho imparato qui: prima di mettere un punto, occorre che sul filo ci sia il nodo. Altrimenti, sulla tela non resta nulla.
Paolo Annechini